Morsi e aggressioni letali: quanto conta conoscere la razza e saperla gestire

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Bimbi attaccati dal cane di casa, proprietari aggrediti dall’amico di famiglia a quattro zampe, passanti presi di mira da un branco sfuggito al controllo. La cronaca recente riporta diversi casi di aggressioni di cani con conseguenze gravi, alcune con esito letale, verso persone con cui coabitavano, condividevano la quotidianità o che non comportavano per loro alcuna minaccia. Episodi così drammatici ripropongono immediatamente i temi della gestione corretta del cane, dell’eventuale maggiore pericolosità di alcune razze rispetto ad altre e del concetto di equilibrio psichico del cane.

Il cane non ha principi morali
Per rispondere a questi tre punti, facciamo una premessa fondamentale: come tutte le altre specie animali, a esclusione di quella umana, il cane non ha senso etico. Ogni sua azione, ai nostri occhi positiva o negativa, non è mossa da una visione critica riguardo il suo impatto e le sue conseguenze. In altre parole, un cane che aggredisce può avere diverse motivazioni (difesa di risorse, accumulo di stress, paura, dolore), ma non ha cognizione morale sulla conseguenza che questo comporta. Lui esprime semplicemente schemi innati che possono rivelarsi inappropriati per la società umana in cui vive. Quando questo accade, significa il più delle volte che questi schemi sono stati mal disciplinati dal proprietario il quale non riesce a fornire un percorso educativo coerente, peraltro previsto in natura. Analogamente, molte azioni che si rivelano socialmente positive verso persone o animali non vengono attuate dal cane con la consapevolezza di “commettere una buona azione”.

Non fa dispetti e non odia
Pertanto, cani che salvano esseri umani in difficoltà o che difendono le persone e il territorio in cui vivono, agiscono attivando comportamenti propri della specie, fissati nel tempo con la selezione e con specifici addestramenti che lavorano sulle loro doti naturali.
Ecco perché le nostre interpretazioni filtrate attraverso visioni meramente umane sono sempre errate: il cane non fa i dispetti, non ha il desiderio di vendetta, non odia, non alleva per amore e così via. Una cagna “amorevole” può diventare cannibale verso i cuccioli se ci sono interferenze negative sugli schemi di allevamento. Il cane non odia, abbiamo detto, ma ricorda per cui può associare una persona a un evento per lui negativo e assumere comportamenti conseguenti e mirati.

 

Perché ha conquistato il mondo
Sicuramente, invece, esiste una forte empatia del cane verso l’uomo, derivata da millenni di vicinanza e di collaborazione. È dovuta al legame che nel tempo si è consolidato tra le due specie, grazie proprio alla enorme versatilità e alla capacità adattativa del cane che ha reso questa specie la più ubiquitaria e anche la più proteiforme, cioè è in grado di adeguare e modificare i suoi atteggiamenti in base alle circostanze.
L’enorme diffusione della specie in aree molto diverse per clima, risorse, livello di urbanizzazione, ha determinato comportamenti di adattamento diversi tra i vari ceppi. Alcune popolazioni mantengono comportamenti predatori e di branco, ma in altre realtà, come i cani che vivono vicino certi villaggi e si nutrono di scarti, il branco ha perso la sua funzione e i cani sono poco gregari. Quindi, più che di cane è corretto parlare di cani. Da qui dobbiamo partire per valutare quanto la razza possa avere un ruolo negli episodi di aggressività particolarmente efferati, ma la questione va inquadrata in modo corretto.

La selezione artificiale dell’uomo
È indubbio che la selezione artificiale condotta dall’uomo sul cane ha permesso di ottenere razze molto differenti per morfologia e attitudini, al fine di esaltare o inibire alcuni schemi innati e caratteristiche più presenti in certi ceppi, in modo da ottenere soggetti fissati in relazione alla funzione cercata.
La selezione, nella sostanza, oltre a cercare di fissare morfologie adatte a svolgere determinati compiti, ha lavorato molto sullo schema predatorio innato (fissando o, al contrario, estinguendo alcune delle fasi che caratterizzano la sequenza predatoria), sulla maggiore o minore diffidenza verso l’estraneo, sulla territorialità, ecc. Ad esempio, l’attivazione predatoria sul movimento è stata fortemente inibita nelle razze da pastore selezionate per la difesa del gregge, in cui è stata rinforzata la vigilanza sul territorio, quindi la territorialità.

Al contrario, nelle razze adibite alla difesa, è stato ricercato un predatorio alto in quanto devono attivarsi per inseguire e afferrare eventuali malintenzionati.
Nelle razze da punta, caratterizzate da spiccate capacità olfattive e costruite per coprire ampi terreni, la selezione ha fissato la fase del puntare la preda (da cui il nome), cercando di inibire quella dell’inseguimento e del morso, motivo per cui sono soggetti in genere di indole mite, ma molto dinamici.

Inoltre, ci sono razze selezionate per essere gregarie, come quelle per la caccia in muta (Beagle, Foxhound, per esempio) e altre invece con comportamenti più gerarchici e territoriali, quindi più propensi agli scontri intraspecifici (cioè con altri cani) e che, pertanto, richiedono una eccellente relazione col conduttore, tale da poter essere perfettamente controllati da un suo richiamo.

Da compagnia, meticci, ma non solo
Le razze da compagnia sono state selezionate con caratteristiche adatte per vivere anche in spazi non ampi, cercando di ottenere soggetti particolarmente docili. Va ricordato però che molte razze attualmente ritenute da compagnia in realtà sono state selezionate con altre finalità e pertanto hanno esigenze che andrebbero gestite in modo adeguato. È il caso, per esempio, del Jack Russell Terrier, del Bassotto Tedescoo del Beagle, razze selezionate per la cerca in tana o per la caccia in branco, ma che hanno trovato ampi consensi come cani da compagnia per le loro dimensioni ridotte e la loro estetica accattivante. Ma rimangono cani dinamici che necessitano di attività fisica e di essere applicati in attività sostitutive, se non possono esprimersi nel lavoro per cui sono state create.

Ci sono razze provenienti da regioni aspre e con climi estremi che da secoli hanno subito una forte selezione naturale, utilizzate dalle popolazioni rurali per la loro rusticità, la loro elevata territorialità e diffidenza (ad es. Pastore del Caucaso, Mastino Tibetano, Kangal, ecc.). Si legano in modo molto selettivo, sono tendenzialmente indocili e necessitano più di altre di crescere in habitat idonei e nel pieno rispetto delle loro caratteristiche.
Quando si parla di meticci il discorso si complica. Non è sempre facile leggere certe caratteristiche e questo è all’origine di gravi errori di valutazione. Ad esempio, un atteggiamento inizialmente timido e incerto, fa spesso confondere l’insicurezza con la mitezza. Molti cani che derivano da generazioni semibrade, anche se adottati da cuccioli, spesso non sono adatti a vivere in ambito famigliare e nel tempo il disagio accumulato emerge in forme di disadattamento più o meno lesivo del cane stesso o di chi lo ha adottato.

Scegliere un cane in base alle proprie competenze
È indubbio, pertanto, che esistano marcate differenze comportamentali, individuali e tra le razze e queste andrebbero scelte in modo da rispettare la loro natura e il ruolo per cui sono state selezionate. Purtroppo, in molti casi la scelta è dettata esclusivamente dal fattore estetico e dalla moda del momento. Questo spesso si traduce in una vita inadatta per quel tipo di cane che patirà il disagio crescente di non poter esprimere in modo adeguato le proprie caratteristiche di razza. In aggiunta a questo, la dilagante visione antropocentrica del cane crea letture distorte e molto distanti dalla comunicazione di specie, con interpretazioni umanizzate del comportamento che determinano confusione nella mente del cane e conseguenti disagi.
Questo accumulo progressivo di stress può sfociare in ansia, aggressività, stereotipie, automutilazioni, tic, patologie psicosomatiche. Il modo con cui un cane scarica lo stress, o reagisce a un evento che in lui determina tensione, è anche correlato alle sue caratteristiche di razza, oltre che soggettive.

Conoscere le caratteristiche della razza
Lo stesso risultato si raggiunge quando non si forniscono al cane guide coerenti, motivo per cui un cane non ha riferimenti e reagisce in modo anche violento alle persone con cui coabita nel momento in cui reputa di subire una prevaricazione. Non c’entra nulla l’affettività, il cane risponde secondo schemi e poco incide il fatto che conosca perfettamente le persone. La relazione va costruita. Quando si decide di far entrare un cane in famiglia, bisognerebbe innanzitutto sceglierlo con caratteristiche adeguate ai propri stili di vita e anche alle competenze che si hanno sulla specie. Perché, a parità di errore, le conseguenze possono essere molto diverse.

Tutti i cani hanno diritto a una gestione rispettosa; chi instaura una corretta relazione, oltre ad avere un cane sereno ha anche un rapporto molto più profondo e consapevole. Questo significa che bisogna sforzarsi di conoscere almeno a un livello accettabile gli schemi comunicativi del cane e le caratteristiche della razza, facendosi aiutare da professionisti che insegnano i principi di base per una relazione corretta uomo-cane. Non basta avere cani per imparare a leggerli, occorre una buona preparazione teorica e una costante e continua verifica pratica.

Squilibrato a chi?
Un termine usato e abusato per definire un comportamento socialmente lesivo di un cane è quello di squilibrato. Bisogna innanzitutto definire il concetto di equilibrato e, per antitesi, quello di squilibrato. Le definizioni sono tante, ma nella sostanza un cane equilibrato è un cane sereno, cognitivo (che quindi agisce in modo ragionato e non compulsivo), che ha controllo sulle proprie azioni. Può avere una natura docile o indocile, essere facilmente gestibile, oppure avere necessità di una gestione più adeguata alle sue connaturate caratteristiche.

Escludendo situazioni prettamente cliniche (dolore acuto o cronico, encefalopatie, epilessie, alterazioni metaboliche, eccetera), che incidono sul comportamento e rendono il cane emotivamente instabile e non in grado di controllare la sua reattività, i casi di cani che nascono instabili, con schemi inibitori alterati sono molto pochi. In questi rari casi si può parlare di vere e proprie tare congenite, che possono essere genetiche o meno.
Sicuramente, per cani che devono sempre più spesso coabitare in ambienti urbani, una buona selezione dovrebbe mirare a ottenere cani sempre più docili e collaborativi; purtroppo una ricerca di estremizzazioni morfologiche e anche di alcuni tratti comportamentali, ha portato a selezionare linee non sempre facili ed eccessivamente reattive.

Rapporti fragili e leader carismatici
Un cane aggressivo non è un cane squilibrato, a meno che la sua aggressività esprima uno scarico da stress elevato che lo porta a non gestirla. Se un cane aggredisce il proprietario che gli toglie un gioco o la ciotola lo fa per due motivi: esprime la naturale e innata difesa di una risorsa che ritiene sua e non ha instaurato con il suo proprietario un rapporto sufficiente da vedere in lui un leader carismatico in cui riporre assoluta fiducia.
Non è scontato che un cane molto remissivo, che si acquatta e subisce ogni azione del proprietario, sia un soggetto equilibrato. Magari vive in un’ansia costante che scarica leccandosi ossessivamente una zampa fino a piagarsela, oppure inseguendo la sua coda. Un cane tenuto in stato continuo di eccitazione con palline e giochi non è per questo sereno e magari scarica questa eccessiva sollecitazione mordendo oggetti o scavando continuamente.

La prevaricazione legittimata
È un grave errore definire un cane squilibrato solo perché non rispetta l’arbitraria equazione “inoffensività uguale equilibrio”. Molti proprietari non riescono a cogliere i segnali di disagio del proprio cane. Si preoccupano solo quando inizia a manifestare reazioni aggressive, o percepite tali, verso persone con cui coabita, o distruttive verso oggetti, quasi mai quando un comportamento è un problema solo per il cane.

Troppi ritengono scontato che un cane debba essere sottomesso al proprietario e a ogni componente della famiglia. Questa visione scorretta e distorta è all’origine di diversi casi di aggressione verso persone di famiglia, spesso bambini. I social sono invasi da foto o video di bambini che interagiscono in modo del tutto inadeguato con il cane di famiglia, a volte neanche di casa, sotto gli occhi compiaciuti degli adulti. E questa prevaricazione legittimata e subìta viene da troppi letta come espressione di equilibrio. Nulla di più falso. Fortunatamente, i cani hanno elevati freni inibitori, ma se il livello di disagio aumenta in modo eccessivo, oppure il cane scatta per difendere una sua risorsa (che non è necessariamente cibo), può partire la reazione aggressiva le cui conseguenze possono essere molto differenti in relazione al tipo di cane e alle caratteristiche di razza.

Quando scatta la reazione aggressiva
Purtroppo, in rari casi, accade che una volta innescata, la reazione aggressiva sia molto difficile da fermare, perché in quel momento lo stato di massima eccitazione che il cane prova lo rende insensibile a ogni richiamo. Ed ecco che un cane che fino a quel momento “non aveva mai fatto nulla”, improvvisamente (agli occhi del proprietario) reagisce in modo lesivo, con conseguenze a volte drammatiche.

Quasi tutti i proprietari identificano con la famigliarità che un cane ha con le persone con cui convive con una relazione. Questo è sbagliato. Purtroppo, invece, molti proprietari non instaurano un’adeguata relazione con i propri cani e il costo per loro sarà tanto maggiore quanto meno sono rispettate le esigenze individuali dell’animale. È probabile che un Greyhound o un Cavalier King C. Spaniel verosimilmente avranno un modo differente di reagire o scaricare una tensione rispetto a un Rottweiler o a un AmStaff, non solo per la diversa potenza, ma proprio per le caratteristiche di razza. Analogamente, chiudere un Pastore abruzzese in appartamento spesso è all’origine di molte criticità, che in questa razza può facilmente sfociare in reazioni aggressive anche verso un preciso componente della famiglia. Altri cani mostrano il proprio disagio magari chiudendosi in una forma di inattività mentale che li porta a dormire per tutto il tempo. Non è uno stato di serenità, ma di depressione.

Statistiche da interpretare
Spesso, i cani considerati più pericolosi dall’opinione pubblica non occupano neanche i primi posti tra le statistiche dei cani morsicatori, dove ci sono invece razze ritenute ‘buone’ per definizione. Molte aggressioni gravi o addirittura letali sono state compiute da meticci o da soggetti arbitrariamente definiti di una determinata razza solo per somiglianza morfologica. In realtà, le statistiche andrebbero sapute leggere, considerando le variabili che portano a quel numero, in quanto il numero da solo dice poco.

Se la razza può avere un ruolo, quindi, è sempre in relazione all’incompetenza di chi detiene il cane. Raramente i protagonisti di un’aggressione sono cani realmente instabili. Se gestiti in contesti adeguati, gli stessi cani si rivelano invece cani affidabili ed equilibrati. Imporre a un cane con determinate doti una vita non adatta alla sua natura, significa farne un animale infelice e spesso vessato, incrementare gli abbandoni e, fortunatamente in rari casi, essere la vera causa di lesioni gravi, se non letali, a persone o altri animali.

I cani non sono oggetti, vanno adottati con coscienza. Prima di decidere, si devono studiare le caratteristiche di razza e rivolgersi ad allevatori qualificati.Se lo si sceglie in un canile, con il valore aggiunto di sottrarlo da una situazione di forte disagio, bisogna rivolgersi a personale competente o farsi comunque guidare nella scelta se non si è abbastanza esperti.

Che sia meticcio o di razza, una relazione con il proprio cane è un’occasione da non perdere: offre grandi soddisfazioni reciproche e arricchisce la vita di esperienze ed emozioni nuove. Ma deve essere una relazione consapevole.

 

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