Gianpaolo Danzi, campione del Mondo FCI, il primo italiano sul gradino più alto del podio

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Gianpaolo Danzi con Gibson Mysic Megan. Foto di @Claudia Bacchi.

Questa non è la storia di una vittoria. È l’epilogo di una fiaba. Inizia alla fine del 2014 quando un animale a due zampe ne incontra uno a 4, mentre il primo sembra abbandonare la vita e il secondo l’ha appena conosciuta. Sono Gianpaolo Danzi con il suo cucciolo Gibson Mysic Megan. Oggi lui è il primo italiano nella storia dell’Utilità e Difesa ad essere salito sul gradino più alto del podio in un mondiale FCI, incoronato campione il 15 settembre 2019. Prima di lui, l’Italia ha ottenuto due terzi posti: uno con Angelo Taddei nel 2001, l’altro con Massimo Floris nel 2010.

Con Gianpaolo Danzi non ha vinto solo la competenza. Hanno vinto la passione come cura, l’amore che dà coraggio, la magia di una grande intesa, in un incastro perfetto. “Ho avuto anche tanta fortuna” dice Danzi. “È stato il mio momento magico, la mia gara fortunata”. Quella fortuna sempre in letargo che si sveglia solo per andare incontro a chi lotta per farcela da solo. E Gianpaolo ha lottato tanto.

Come hai scelto Gibson?
“Mi ha convinto mia moglie. Stavo combattendo da più di un anno contro un linfoma “non Hodgkin”, un tumore maligno che parte dalle cellule principali del sistema immunitario presenti nel sangue. Ero nella sala asettica dove mi stavo sottoponendo al secondo trapianto di cellule staminali. Mia moglie, conoscendo la mia passione, mi ha convinto a prendere di nuovo un cane. Non l’ho scelto. Ho chiesto all’allevatrice Zsuzsanna Ladasovics: aveva l’ultimo di una cucciolata, Gibson. Di lui mi hanno colpito la vivacità, la voglia di giocare, di interagire con me. Non studio le linee di sangue, non mi interessano e quindi non le seguo. Scelgo il cane in base all’istinto e alla fiducia nei confronti dell’allevatore”.

Alcuni direbbero che hai deciso nel momento meno opportuno.
“Gibson è stato la mia pet-therapy. Trascorrevo la maggior parte del tempo con lui perché ero troppo debole per lavorare. Gibson ha fatto i primi passi in addestramento a Bologna da Mario Labita che mi ha insegnato a crescere un cucciolo facendolo sentire un leone. Dalla mia parte c’era anche mia moglie. Mi accompagnava, guidava l’auto, tracciava le piste perché non avevo la forza per fare quasi nulla. È diventata una vera esperta. È stata il mio sostegno, la mia musa. Mi ha messo un guinzaglio nelle mani per togliermi il pensiero della malattia e spronarmi a lottare per vivere. Questa vittoria è anche sua”.

Oltre a lei, a chi la dedichi questa vittoria?
“Al mio preparatore Angelo Taddei. Con lui ho fatto il grande salto di qualità. Angelo ha letto alla perfezione il carattere del cane, non ha mai forzato la mano, gli ha lasciato il tempo di crescere e maturare. Gibson così ha sviluppato le sue doti in modo naturale, passo per passo, senza fretta e senza conflitti. Angelo lo ha preparato con un addestramento su misura fin dall’inizio. Infine, mi ha allenato molto anche prima della gara, due o tre volte la settimana, e mi ha convinto a credere che se avessi gareggiato avrei potuto farcela”.

Da riserva a campione del mondo. Come hai vissuto i giorni della gara?
“Nell’ignoranza. Non ho mai seguito la classifica, non mi informavo sui punteggi. Volevo stare tranquillo, non farmi prendere dall’ansia della gara, esaltarmi per una buona prova, illudermi, sperare e poi magari restare deluso. La mia malattia mi ha fatto scalare le vette più alte, mi ha lanciato dalle montagne russe, ma mi ha insegnato a capire le priorità. Amo l’agonismo, non mi sono allenato solo per partecipare, ma la vittoria restava un sogno”.

I campioni seguono un rito prima di entrare in campo. Il tuo?
“Respirazione yoga. Assumevo medicine che mi procuravano troppa sonnolenza. Non avrei potuto affrontare una gara importante in quelle condizioni. Così da giugno le ho sospese e ho seguito un corso di yoga, attraverso il quale ho imparato molti esercizi di rilassamento che sono stati per me una piacevole scoperta. Mi hanno aiutato a rilassarmi, a concentrami e ad entrare in campo senza stress. Non sentivo il peso della gara e forse questo ha contribuito anche alla tranquillità di Gibson”.

Gianpaolo Danzi lo capisci anche dalla sua bacheca social: silenziosa. Zero post scoppiettanti per esibire il suo trionfo. In un’epoca e in un ambiente dove forse troppi soffrono di manie di protagonismo, lui è il nostro eroe fuori dal tempo. Valuta con chi vale la pena esibire le sue emozioni e a chi dedicarle. Oltre alle persone che ha citato, questa vittoria la dedica a quel cagnone che lo accompagna da quattro anni nei campi d’addestramento e che ha contribuito alla sua salvezza. Gianpaolo Danzi, con il suo Gibson Mysic Megane, è arrivato là dove finora nessun italiano era arrivato. Non è un professionista della cinofilia. È un appassionato che con tenacia, determinazione, fatica, discrezione e leggerezza, ha dimostrato che i sogni si possono avverare. Potrebbe essere uno di noi, se non smettiamo di sognare.

testo e foto di Claudia Bacchi

 

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