Associazione Italiana Professionisti cinofili: che cos’è

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Feeling fra il pitbull e il suo amico a due zampe
Feeling fra il pitbull e il suo amico a due zampe

È nata in silenzio, nello stile di chi l’ha creata: testa bassa e lavorare.
Enrico Alessi, Pamela Giuttari, Manuel Codo e Alice Chiesa non amano i decibel alti. In silenzio, piano piano, negli ultimi anni hanno gettato le basi per creare un’organizzazione autorevole sia verso le istituzioni, sia verso i cittadini. L’hanno chiamata Associazione Italiana Professionisti Cinofili (AIPC) e l’hanno tenuta a battesimo quando hanno ritenuto fosse il momento giusto. Questo momento ha casualmente coinciso con i giorni nei quali a Milano si sta discutendo un’ordinanza che, se approvata così come era stata proposta, avrebbe recato in sé il marchio della frangia animalista più estremista che appiattisce la personalità del cane e la sotterra sotto luoghi comuni.
Cominciamo subito con una domanda di attualità, partendo da una premessa. Il 27 gennaio, a Milano è stato approvato il sub-emendamento presentato del consigliere di Forza Italia Gianluca Comazzi che recita così: “È vietato l’utilizzo del collare a scorrimento, fatta salva la necessità di utilizzarlo nei casi di adempimento di un dovere (es. Forze dell’ordine, Soccorso) o per ragioni di sicurezza a tutela dell’incolumità pubblica o in caso di stato di necessità”.

Secondo l’interpretazione di molti, consentirebbe l’uso del collare a strozzo a conduttori e proprietari di un cane se lo ritengono opportuno, senza incorrere in sanzioni. E’ vero?
Se fosse vero sarebbe tutto risolto. Non è affatto così, ma è presto per parlarne. L’Ordinanza non è ancora stata approvata.

C’è chi vi accusa di essere saliti sul carro del vincitore.
Quattro o cinque mesi fa siamo stati convocati alla Commissione Giustizia del Senato dove siamo andati per contrastare una proposta di legge nazionale che avrebbe, di fatto, cancellato la possibilità di fare sport con il cane. C’eravamo noi insieme ad altre associazioni. Ma se siamo arrivati lì significa che con le istituzioni ci lavoriamo da anni. Insomma, non siamo nati ieri. La differenza è che prima ci appoggiavamo a varie associazioni. Ora ne abbiamo costituita una nostra, che non è in antitesi con altre ma complementare.
Ci contraddistingue il tono pacato e moderato delle nostre azioni e rivendicazioni. Sulle nostre bacheche non vedrete video provocatori o selfie denigratori, non leggerete toni sopra le righe secondo una comunicazione che rincorre un’immagine di marketing. Noi non combattiamo le istituzioni come nemiche ma vogliamo coinvolgerle e convincerle attraverso l’informazione, che purtroppo manca. La contrapposizione fa più danni della collaborazione.

Associazione italiana professionisti cinofili (AIPC): che cos’è e perché è nata?
È una associazione ricreativa culturale che si pone tre obiettivi: diffondere una corretta cultura cinofila ai cittadini visto che ormai circa il 30% delle famiglie vive con un cane, promuovere tale cultura anche presso gli enti pubblici, ottenere una struttura legale e un riconoscimento del mestiere di addestratore per conferirgli autorevolezza come interlocutore nei confronti delle prime due figure: i cittadini e gli enti pubblici.

Di associazioni in Italia ce ne sono già tante. Perché l’AIPC sarebbe diversa?
Proprio per i due obiettivi che si pone, che sono strettamente legati uno all’altro. Se la figura dell’addestratore non sarà in qualche modo riconosciuta, non avrà mai la forza di far passare le proprie istanze, anche culturali, presso le istituzioni. Noi non esistiamo come figura professionale, ma spesso ci troviamo a confrontarci con veterinari che vantano un albo professionale, una laurea e una specializzazione. Quindi loro sono credibili agli occhi di chi ha poca esperienza con i cani. Noi no.

Quale cultura cinofila vi proponete di promuovere?
Noi siamo al di sopra degli estremismi, non facciamo guerre in nome o contro uno strumento. Il nostro obiettivo è il cane, il cui benessere spesso non coincide con la propaganda animalista.

Ci sono altre associazioni che si pongono lo stesso obiettivo.
Sì, ma spesso combattono guerre di religione che hanno allontanato chi non si è sentito rappresentato perché non ne condivideva lo stile di comunicazione o non hanno raggiunto gli obiettivi promessi. Non troverete nessuno di noi manifestare o alzare la voce contro le istituzioni. Picchiare i pugni sul tavolo non aiuta ma danneggia la trattativa, soprattutto quando si dovrebbe, con umiltà, informare. Non ci poniamo in antitesi a nessuno, non chiediamo favori alle istituzioni, ma puntiamo a fornire loro le informazioni necessarie per far loro comprendere che in una società nella quale il rapporto con i cani è così diffuso e complesso, è utile a tutti ufficializzare la nostra figura di professionisti, sia per i cani, sia per la società stessa.

Il termine “professionista” può trarre in inganno. A quale target vi riferite?
A tutti, proprio perché l’AIPC, come si vede dallo statuto, nasce come associazione culturale. Il termine “professionista” identifica uno status che circoscrive delle competenze alle quali chi possiede un cane può affidarsi con sicurezza.
Ci rivolgiamo dunque a chi vive con un cane e vuole sostenere il nostro progetto di fare chiarezza proprio su queste competenze, in modo da potere scegliere un istruttore affidabile nel mare attuale di proposte, spesso surreali e fantasiose.
Ci rivolgiamo anche al professionista che ha diritto di vedersi riconosciute le proprie competenze.
Professionista non è solo chi lavora in regime di partita Iva, ma ricade invece sotto la legge n.4/2013 che disciplina le professioni non organizzate perché la cinofilia è una di quelle.

Conta chi parte prima?
Conta chi arriva.

Chi vuole associarsi, appoggiare questa iniziativa, restare informato e partecipare al cambiamento, trova qui tutte le informazioni: statuto, modulo di iscrizione. Il costo è di 25 euro l’anno.

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