La punizione: quando è negativa, quando è positiva

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Come e quando inibire un comportamento troppo esuberante.
L’articolo a firma di Domenico Carnicella recentemente apparso su questo sito ha tra i cardini del suo ragionamento il tema l’uso della punizione in addestramento.
Vorrei proporre, a chi ha  pazienza sufficiente, alcune riflessioni proprio su questo argomento, dato che questa pratica è da almeno dieci anni oggetto di animate discussioni o, meglio, sanguinose faide, tra tradizionalisti e gentilisti.
Secondo natura
L’animale impara a collegare uno stimolo (ad esempio un rumore) a un evento specifico. Ciò gli consente di “prevedere il futuro”. Infatti impara presto che in presenza di quello stimolo, avverrà probabilmente lo stesso evento e ciò gli permette di prepararsi per rispondervi in modo adeguato. Questo è particolarmente importante ad esempio per catturare una preda o evitare un predatore.
Alcuni comportamenti sono istintivi, quindi spontanei, ma mediante l’apprendimento vengono raffinati e adattati alle varie condizioni richieste dall’ambiente. Ad esempio, nessuno deve insegnare ad un cane a mordere ma la qualità di un morso sportivo viene migliorata attraverso l’apprendimento. Altri comportamenti non verranno mai appresi poiché assenti dal repertorio comportamentale della specie: potete essere il miglior trainer della galassia ma non riuscirete mai ad insegnare ad un cane ad aggredire sferrando calci come un cavallo o caricando a testate come un ariete perché la natura non lo ha dotato di tale capacità.
Come si impara
Le forme di apprendimento sono diverse e il lettore può trovare la loro definizione e descrizione sia in rete che in libreria. Mettiamo qui un link per chi fosse interessato: l’apprendimento.
Tra le tante, c’è quello definito operante detto anche strumentale. Questa forma di apprendimento è così definita poiché chi apprende lo fa operando attivamente mediante una serie di tentativi al fine di ottenere un beneficio, evitare un danno, liberarsi da un fastidio.
L’addestramento del cane è il risultato di apprendimento operante, qualunque sia la linea “filosofica” o metodologica seguita dall’addestratore.
Positivo e negativo
Principi, termini e definizioni usate in ambito di apprendimento strumentale sono state definite attorno al 1920 da Edward L. Thorndike. Tra le leggi che permettono l’apprendimento, il nostro ha definito anche la “legge dell’effetto – law of effect” – in cui si afferma che: il comportamento strumentale è rinforzato (reinforced, rinforzato) o indebolito (punished, punito) dalle conseguenze prodotte dal suo svolgersi.
Con il termine rinforzo quindi si indica l’evento, o il suo risultato, che aumenta in modo misurabile la frequenza e/o la probabilità che si verifichi un comportamento. Viceversa, con il termine punizione si indica l’evento, o il suo risultato, che diminuisce in modo misurabile la frequenza e/o la probabilità che lo stesso comportamento si verifichi.
Un rinforzo o una punizione possono essere positivi (+) o negativi (-): positivo e negativo vanno intesi in senso matematico NON morale. Positivo significa che a seguito del suo comportamento il soggetto riceverà una risposta piacevole (R+) o una spiacevole (P+). Viceversa, negativo significa che il risultato sarà l’eliminazione di un disagio (R-) o la privazione di un desiderio (P-).
Tale preambolo era necessario per evitare fraintendimenti.
La correzione
Ora che abbiamo visto cosa si intende tecnicamente per punizione bisogna dire che nell’italiano corrente i termini punizione e correzione sono spesso usati come sinonimi, tuttavia non lo sono. Mentre il termine punizione implica la repressione di un comportamento, il termine correzione implica un suo miglioramento. Sui campi di addestramento, poi, si preferisce usare il termine correggere probabilmente perché il termine punire riporta alla mente interventi coercitivi e violenti, che in realtà non sono, se equilibrati e corretti.
La chiave per usare in modo corretto la punizione (tecnicamente intesa) è usarla come correzione, ovvero per migliorare un comportamento già appreso, quindi eliminare gli errori in un compito che il cane sa già svolgere ma che svolge male. In questa ottica l’uso della correzione diventa una componente costruttiva nella preparazione del cane.
Il dogma
La punizione è a volte il mezzo attraverso il quale preparatore o proprietario sfogano le proprie frustrazioni ed emozioni negative. Questa è u na trappola nella quale si cade troppo facilmente, che crea confusione, insicurezza e inibisce l’apprendimento. Va infatti punito il comportamento del cane non il cane stesso. Questo deve essere impresso a lettere di fuoco nella mente di chi, umano, si accinge ad avere una relazione educativa con il cane. Deve costituire una specie di dogma.
Le regole per non sbagliare
Detto ciò, esiste un corollario di regole che rende la correzione produttiva in addestramento. Qui vorrei ampliare quanto già brillantemente evidenziato da Domenico Carnicella quando scrive gli “interventi dovranno essere, eventualmente, sempre commisurati al livello di accettabilità soggettiva”.
Intensità. La correzione deve essere “modulata” in base alla tempra del cane: una a malapena efficace per un cane di tempra dura può essere tragica per quello di tempra molle e devastante per un giovane che non ha ancora formato il suo carattere. La sua intensità deve essere sufficiente a deprimere il comportamento già dalle prime 2/3 volte nelle quali vi si ricorre. Se a questo punto non funziona, meglio cambiare strada. Proseguire per incrementi è inutile. Nell’animale si crea assuefazione e quindi aumenta la resistenza.
Ricordiamo inoltre che è l’effetto sorpresa ad ottenere il risultato maggiore e lo spavento è più efficace del dolore fisico.
Su misura. Le punizioni devono essere efficaci per la correzione del comportamento indesiderato. Brevi time-out sono utili in caso di richiesta di attenzione, mentre un controllo fisico può essere più appropriato in situazioni che comportino problemi legati alla dominanza. Il tipo di intervento deve variare poiché non è detto che ciò che funziona per un cane funzioni anche per un altro.
Timing. La correzione va effettuata nel momento stesso in cui il cane ha un comportamento indesiderato. Il ritardo ne compromette l’efficacia. Dopo 30 secondi diventa persino inutile e sarebbe più corretto chiamarla “vendetta”.
Sarebbe addirittura più utile anticipare, quindi correggere l’intenzione del cane di commettere una marachella. Non è raro che, attraverso mimica o suoni, lui si tradisca, ma ci vuole un occhio molto esperto e grande sensibilità per riconoscerne i segnali e quindi intervenire a proposito. Per uscire dal tecnico, all’uomo manca troppo spesso ciò che l’etologo Pierre de Jouventin definiva nel cane quell’empatia che gli permette di intuire i nostri stati d’animo e anticipare molti dei nostri comportamenti, capacità che secondo lo studioso gli deriva dall’essere stato lupo.
Niente confusione. Inoltre, si deve correggere un comportamento alla volta per non creare confusione nel cane. Infine, premiare il comportamento voluto, non per recuperare il rapporto ma per marcare la differenza tra l’azione che noi riteniamo “errata” e quella “corretta”. Il cane non è stupido e impara velocemente ciò che gli è vantagioso fare.
Come abbiamo visto, se è vero che usare il rinforzo in modo corretto è complicato, usare la correzione in modo corretto ed efficace è maledettamente difficile. Ottimi cani sono stati compromessi da punizioni sovrabbondanti e fuori “target”.
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